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15 febbraio 2005

Il colore vermiglio del mio sangue

  Il dottore rigirò tra le mani un’ultima volta i risultati dell’ecografia, poi li mise da parte sulla scrivania.
    
– Molto bene, sembra che il quadro generale sia buono… ora ti prescrivo
le analisi del sangue, così avremo la certezza che il tuo problema si è
risolto.
     – Analisi del sangue? Ancora? Dottore, ma l’ecografia…
    
– L’ecografia indica semplicemente che il tuo fegato non è più
ingrossato. Ma non possiamo sapere se la funzionalità è tornata
regolare al 100%. Né da cosa sia stata causata la disfunzione.
     – Andiamo, Dottore… le vecchie analisi le ho fatte con l’influenza, ero sotto antibiotici: sarà stato quello!
     – Non possiamo saperlo, Nessuno.
     – E che mi dice della vaccinazione che ho fatto l’anno scorso? Può essere quella la causa…
     – Non possiamo saperlo.
     Sospirai.
     – e va bene, va bene… mi dia la prescrizione.
     – Ecco. Falle più in fretta possibile e poi portami i risultati.
     – OK, Arrivederci.
     – Ciao. Ah, Nessuno…?
     – Sì?
     – Perché invece di lamentarti non cerchi di bere un po’ meno? Non pensi che possa dipendere tutto dall’alcool?
     – Non possiamo saperlo, dottore.
    
E così il giorno dopo ci andai. Di buon mattino. Ero di umore nero,
affamato, come da protocollo, e stravolto dall’ennesima notte insonne.
Ma che volete, avevo i miei problemi. Che rodevano le cervella come
tarli infuriati.
     Entrai nella sala d’attesa del centro
diagnostico. Era appena l’alba, ma c’era già un mucchio di pazienti.
Quanta gente che ha bisogno di cure, pensai. C’erano adulti, bambini,
ma soprattutto vecchi. Quieti e tranquilli, immersi nei loro pensieri
col loro bigliettino numerato in mano, le loro borse e le loro
settimane enigmistiche e le loro bottiglie d’acqua da trangugiare per
sciacquarsi le budella prima o dopo qualche strano accertamento. Ed io,
seduto lì, con la mia voglia di fumare. Una voglia sporca e
inopportuna, dato il luogo, ma che avrei soddisfatto non appena
archiviata la pratica. Cioè, come mi auguravo, al più presto.
     È
che li ho sempre odiati, i prelievi. Tutto è troppo sgradevole. Tutto
ti mette a disagio Il tavolo bianco e freddo su cui ti fanno poggiare
il braccio, l’odore del disinfettante che ti dà le vertigini, il laccio
emostatico che ti pizzica il braccio, la sensazione dell’ago che ti
entra nella vena, l’alito dell’infermiere che ti cava il sangue in
silenzio, il cerotto che ti strappa via i peli. Per non parlare
dell’attesa dei risultati. Te ne stai lì per due o tre giorni, in
attesa del verdetto, chiedendoti quanto sei davvero responsabile delle
tue condizioni di salute. Ma sai che ormai è tardi, dovevi pensarci
prima, e in fondo chi se ne frega, vorresti solo avere i risultati e
non pensarci più.
     È una cosa che mi dà sui nervi, ecco tutto.
     – 43! Numero 43!
     Mi voltai. Un’infermiera. Con i capelli blu. Le andai incontro mostrandole il biglietto con il numero.
     – Prego, si accomodi al box 5, io intanto prendo le etichette col suo nome da attaccare alle provette.
    
Entrai nel box. Meraviglioso. Una stanzetta di tre metri per due, con
tutto l’occorrente per dissanguare: ovatta, disinfettanti, contenitori
speciali per rifiuti biologici, laccio, un tavolino, due sedie, un
attaccapanni. Tutto di un bianco assoluto, sconcertante, senza
compromessi. Il bianco può essere un colore spietato, se utilizzato in
modo così sfacciato, non trovate? Mi consolai pensando che lì dentro ci
sarei rimasto solo pochi minuti. Mi tolsi il giaccone e lo appesi
all’attaccapanni, poi mi sbottonai la camicia, tirai su la manica e mi
sedetti.
     La tipa entrò dopo un paio di minuti. La guardai
meglio: era alta, magra, e mi guardava da dietro un paio di occhiali
dorati, con quei suoi cazzo di capelli blu, tagliati corti e pieni di
punte. A dirvela tutta, anche il trucco era dello stesso colore.
L’ombretto, il rossetto, perfino lo smalto sulle unghie. Solo la pelle,
pallida e giallastra, sembrava più naturale.
     – Molto bene,
signor… Nessuno, vedo che si è già sistemato. Allora vediamo un po’…
Ohhh! Ma che bella vena abbiamo qui… è tutta visibile: non c’è nemmeno
bisogno del laccio! – e cominciò a passarmi l’indice sul braccio,
nell’incavo all’attaccatura del bicipite. Sembrava eccitata.
     – Beh, se vuole, facciamo senza…
    
– Mmm… no, glielo allaccio, così la metto in evidenza ancora di più!
Sa, da stamattina ho già prelevato il sangue a due persone anziane, e
trovare un vaso è stata un’impresa… ma con lei è un piacere! – e
sistemò il laccio.     
     Perplesso, la guardavo osservare il mio
braccio con occhi esaltati e pigiare l’indice sulla vena,
solleticandomi l’avambraccio con il pendaglio del suo braccialetto.
Pensai che poteva essere una vampira, ma disgraziatamente avevo
dimenticato il martello e il paletto di frassino nel giaccone. Decisi
che non me ne fregava un cazzo, purché si sbrigasse.
     Mi disinfettò. Poi prese l’ago, lo scappucciò e fece per infilarmelo in vena. Si accorse di aver dimenticato le provette:
     – Ohhh… mi scusi!!! Ma dove ho la testa oggi? eheh!
    
– Forse, se evitassi di colorare i capelli di blu, il tuo cervello
sarebbe più contento e si deciderebbe a funzionare – pensai. Ma mi
trattenni: – ehm… è che mi dispiacerebbe imbrattare il suo camice con
gli spruzzi del mio sangue!
     – Ma no, che sciocchezza: l’ago è
provvisto di una valvola di sicurezza, per cui il sangue esce solo
quando si connette l’altra estremità alla provetta. Se così non fosse
di vecchietti ne avrei già stesi un bel po’, ahahhaha!
     C’era
qualcosa di inquietante in quella risata. Ad ogni modo, non mi diede
tempo di reagire: infilò l’ago in vena e cominciò a spillarmi sangue
con la prima provetta. Il liquido bruno schiumava e riempiva l’interno
del contenitore, sotto il suo sguardo attento. Un bel rosso bruno.
Pareva vino.
     E le piaceva, guardarlo scorrere.
     Cazzo,
se le piaceva. Beh, in fondo non c’era di che meravigliarsi. É così che
funziona, no? Le donne ci vanno a nozze con queste situazioni.
Sottrarre liquido vitale a un onest’uomo, vampirizzarlo, prosciugarlo,
procura loro uno strano, perverso piacere. Semplice. Ne stavo avendo
l’ennesima dimostrazione proprio in quel momento. Il problema è che noi
uomini, spesso e volentieri, non siamo provvisti di valvole di
sicurezza. E allora diventa il prosciugamento totale. Una sorta di
emofilia fisiologica.
     Slacciò il laccio emostatico con un
‘plop’ che risuonò di salute e di soddisfazione. Il braccio cominciò a
formicolare, ma la terza e ultima provetta era piena. Il salasso era
finito. Tirò via l’ago e mi medicò. Mi srotolai la manica. Era fatta.
     – Allora ci vediamo, signor Nessuno. Torni quando vuole eh?
     – Non così presto, tesoro, non così presto…
     Scesi le scale, incazzato nero. Come sempre, dopo un prelievo di sangue.
     Andai difilato al bar. Mi precipitai a decapitare una graffa.
    
In fondo, mica male, la tipa. Una matta, ma ci metteva una certa
passione, nel suo lavoro. Cosa rara per una sanguisuga. Però, perché
cazzo usare tutto quel blu per la tinteggiatura personale? Il colore
vermiglio del mio sangue sarebbe stato molto meglio. Forse lo pensava
anche lei.
     Ci riflettei con assoluta serietà per circa 10 o 15 secondi. Dopodichè pagai, uscii e mi accesi una sigaretta.
     Ne avevo proprio bisogno.

Nessuno75

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13 commenti
  1. volso permalink

    il primo che ha avuto il coraggio di essere volso per un post eheh…
    complimenti :)

    alla nostra direi.

  2. fatboy permalink

    e bravo anche Nessuno!

  3. revel permalink

    Si, è un bel post. Ma cos’è sta idea del Volso just for one post? Non ne sapevo nulla!

  4. fatboy permalink

    un po’ come heroes just for one day? eh eh eh

  5. lillisa permalink

    eh sì, ci vuole coraggio ad essere volso per un post… pensa per tutta la vita!!!
    :)
    bel racconto Nessuno, mi piacque un bel po’… un bel po’…

  6. cristianostarr permalink

    we can be heroes!!!!………

  7. Cellardoor permalink

    ogni volta questa musichetta. carina.
    e il post? beh. ho fatto le analisi giusto la settimana scorsa e l’infermiere era afono. nella stanzetta accanto un’infermiera dai capelli blu e senza sopracciglia mi rideva in faccia mentre piangevo.odio quando mi succhiano il sangue. ho pensato che fossimo andati nello stesso posto,ma nn è possibile.

  8. volso permalink

    fatboy hai inteso perfettamente eheh
    mi è venuto in mente con quella tua battuta su chinaski. Essere chinaski per un giorno.

    revel direi nessuno ne sapeva nulla eheh…

    lillisa per tutta la vita bisogna essere pazzi.

    cristiano all together.
    Eheh

    Io ho risposto ai commenti, ma mica è giusto. Dovrebbe farlo nessuno.

  9. volso permalink

    cella è possibile tu sia andata nello stesso posto di chi ha scritto il post invece.

  10. Nessuno75 permalink

    CELLAR: potrebbe essere, ma questa storia risale a un paio di anni fa, e nn voglio pensare che la tipa abbia mantenuto lo stesso colore.
    Sarebbe troppo.

    Cristiano: we ARE heroes, con i tempi che corrono nn è facile resistere…

    Lillisa: Incoscienza. Non sapevo a cosa andavo incontro.

    Fat e Revel: grazie. Sono commosso… mi si scioglie il trucco… volso mi passi il mascara?

  11. volso permalink

    eheh…ti passo la birra se vuoi…

  12. Cellardoor permalink

    s emi dite tutti in coro che è possibile allora è possibile. vi giuro che era uno spettacolo raccapricciante.

  13. sarakey permalink

    io x ultima uaua ok nn fa ridere ^^

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