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21 settembre 2005

Purtroppo il racconto "Cuore di cane" (scontata la dedica)  ha subito una battuta di arresto a causa di una sbronza e un viaggetto culturale alla biennale di venezia, di cui sto scrivendo una guida per chi volesse affrontarla. Oltretutto sono impegnato dal resoconto di un interessante incontro, quello con misiu. Un ubriacone e un astemio che parlano di Elvis, roba da far tremare il cremlino.
Però ho messo la sezione blog in promozione. Mica male?
Metto un racconto scritto tempo fa, ma manco tanto, spero vi piaccia.

 

Una questione privata

Prima di tutto ci sono sedici anni.
E un natale alle porte, un natale immerso in uno strano dicembre, uggioso e pesante, senza pioggia, senza freddo. Come un’enigmatica istantanea polaroid saltata fuori dal nulla non riuscivo a cogliere il significato di presagi e temperature inquietanti.
Io ero caldo, veramente caldo, come non sono più capace ormai, ma forse mento per precoce nostalgia senile. Per la prima volta cercavo un regalo per una ragazza, la mia ragazza, ovviamente senza soldi, senza idee e senza assolutamente sapere dove andare a pararmi il culo. E una gran voglia di fare qualcosa di speciale, che mi mettesse in luce, una piena luce di ammirazione e non so, qualcosa di magico.
Ero decisamente torbido e sognante, non c’è dubbio, e se avessi insistito solo un altro pò sarei riuscito mica male come scrittore per harmony.
Mettiamo questi 16 anni, una ragazza che legge herman hesse (h come harmony) e un liceo di provincia.
In un paesino discreto, sul lago sabatino, con un castello medievale, vicoli, prima con pochi ristoranti e pochi negozi.
Adesso si sono aggiunte un paio di enoteche sciccose, con musica dal vivo annessa (jazz, certo), la sede di fiamma tricolore e un paio di posti dove si mangia fin troppo pulito.
Una volta si passava per quei vicoli per attaccarsi ai muri a rubare baci. Adesso proprio lì si bevono bicchieri di vino in grandi calici, e si pagano a cl.
Ma senza perdere il segno delle cose, avevo la necessità impellente di tirare fuori qualcosa dal sacco per la mia donna.
Nel paesino discreto, vicino al passaggio a livello, visto che in ogni paesino discreto c’è una stazione dei treni, c’era una tipografia. E davanti questa tipografia ci sono passato tante di quelle volte che sarebbe inutile tirare fuori un numero.
Sarebbe poi deprimente quantificare e rendersi conto quanto si è ciechi. Quella era la mia soluzione.
Herman Hesse, per quanto svogliato, lo avevo letto anche io, sotto la spinta dei suoi occhi azzurri. E io così morbosamente legato a calvino e rodari, i miei compagni d’infanzia, o al limite borges (nonostante la mia avversione ad ogni scrittore non italiano) lo trovavo desolante. Ovviamente era un opinione che mi tenevo ben stretta per me.
Quindi se c’era riuscito quel manichino di H.H. a scrivere dei libri allora potevo tentare anche io. Qualcosa di compiuto, leggibile, solo per lei.
Lo avrei fatto rilegare, in maniera economica e forse ne avrei fatto due copie. Una anche per me.
Ma alla fine che importava? Bastava una, e lei poteva farne quello che voleva.
Devo ammettere, a posteriori, che dare dell’incapace a H.H. è una cosa malvagia. Anche se a me sinceramente non piace, neanche un pò. Forse in realtà voglio solo evitare che qualcuno mi venga a spiegare perchè è bravo, non mi interessa.
I miei 16 anni sono andati e con loro la grassa sicurezza del tempo dalla tua parte, la sicurezza che tanto che c’era da fare? Avere solo un opinione era già abbastanza, per quanto grossolana. Negli anni novanta poi.
Ho cominciato a pensare a una trama e puntavo basso, molto basso. Andava bene anche una storiella, ma con un pizzico in più di quello che si legge in giro, ma senza pretese.
La prima cosa che mi è venuta in mente era un classico: un uomo in trench. Giusto per non cadere in banalità ho preso la cosa più ripassata.
Come in un film in bianco e nero, come quel dicembre. E poi una donna e una valigetta piena di soldi. Mi sembravano 3 punti buoni per cominciare e quelli infatti rimasero fissi nella mia mente senza trovare sviluppo per quasi un anno, quando ormai il tempo per fare il regalo era scaduto. E anche la relazione.
Chissà come sarebbero andate le cose se avessi veramente concluso quel regalo. L’avrei messa incinta?
Comunque c’è poco da dire, non ero pronto, senza considerare che la situazione si complicò in maniera vertiginosa quando aggiunsi al triangolo un mazzo di carte. Un mazzo di carte colorato, niente figure o semi, solo colori. Una gialla, una rossa, una viola, una verde, una nera eccetera.
Arrivavano a una decina. E io dove volessi arrivare però non lo so, non ricordo.
Intanto l’uomo in trench aveva in mente di scappare con la valigia di soldi e fregarsene della donna che in realtà si era già preso tutto ed era svanita. Eppure fino all’ultimo avrei scommesso che l’uomo in trench avrebbe vinto alla grande, lasciando tutti di sasso.
Ogni tanto una carta scivolava via.
La tipografia rimaneva immobile e passavano i mesi. Penso che alla fine nessuno ha mai chiesto di rilegare nulla lì, sopravvive con i manifesti delle elezioni, quelli tristi di provincia, con nomi sconosciuti. Non che con quelli nazionali le cose vadano meglio.
Intanto visto che il regalo non lo dovevo più fare, visto che lei ne avrebbe ricevuto uno sicuramente più virile da un tizio molto più interessante di me, per reazione avevo alzato il tiro. Progettavo una decina di copie del mio capolavoro, da regalare a qualche amico, a una smorfiosetta dal culo a mandolino e uno a mia madre per convincerla che non sono poi così fallito.
Ero convinto che prima o poi quella storia si sarebbe conclusa perchè l’uomo in trench avrebbe svoltato, con un colpo di classe, e avrebbe dato un senso compiuto, una fine, una pietosa o gloriosa fine pur di liberarmi dall’incubo dell’incompletezza. Bastava un punto, una pistola.
Invece vagavo intorno alla trentesima pagina, dopo troppo tempo. A peggiorare c’era il fatto che non ho mai avuto fretta.
Scivolavano intanto le carte, una volta ogni tanto. Ne rimanevano poche.
La valigia si era in realtà rivelata una clamorosa presa per il culo.
Le sigarette aumentavano e vomito a base di rhum corrodeva i verdi steli dell’erbetta di un parchetto pubblico. Dio ringrazi il sindaco.
Mi colse una notte estiva Leon Bloy, con storie sgradevoli. Una raccolta di novelle su mamme che ammazzano il proprio figlio e cose simili.
Altro che harmony, cominciavo a vedere sangue ovunque. Ovunque tranne che in vena.
Prendiamo una tipografia e il suo significato in un paesino nella provincia a nord di roma.
Ma quanto può durare un amore di carta?
Quanto può durare un amore di carta?
Tutto si è cristalizzato su questa domanda perchè questo questo è il senso delle cose. Perchè il dubbio mi tiene in vita, consumando i giorni, ma lontano da frettolose quanto forse ragionevoli risposte che portano a una fine precoce, che portano il cervello alla morte.
Quanto può durare un amore di carta?
Il fumo azzurro aleggia intorno a una sciarpa rosa e verde legata al collo di un povero imbecille. Basterebbe il nodo giusto.
Un uomo in trench, che storia ridicola. Anacronistica, senza appigli, senza un finale, senza una trama.
Solo il titolo era deciso: "Una questione privata". Risulta buona più come giustificazione che per titolo. Senza considerare che sarebbe un pugno in faccia a Fenoglio. Senza considerare che le giustificazione reggono solo con l’amore, cosa che manca verso me stesso.
Forse mi sentivo capace di poter imbottire di inchiostro pagine e pagine facendo un monumento a qualcosa che sopravvalutavo. Di poter fare marmo con la merda. Tutto mi andava bene, purchè fosse intoccabile. Non avendo mai avuto simpatia per l’epica classica, per achille e patroclo, mi andava bene pure humprey bogart.
Mi andava bene vivere in bianco e nero. Mi andava bene ogni cosa, ogni tranquilla e metafisica cosa.
Metti sedici anni e la vita che comincia scivolare via. Lentamente, anno per anno, giorno per giorno, tra qualche profilattico e qualche lacrima.
Come andrà a finire? Psicoanalizzato? Arruolato? Laureato?
E già a mordicchiarsi le labbra a pensare se. C’è qualcosa di malato nell’adolescenza. Forse &eg
rave; come l’herpes che torna sempre ciclicamente. Forse è come la peste, non c’è scampo. Forse è la morte, forse è già tutto finito e non c’è più niente oltre le passeggiate intorno alla stazione, alla tipografia, girando in questo paesino discreto dove tutto quello che mi hanno insegnato è che se c’è qualcosa da vedere non è qua. Magari a Roma, se vuoi, puoi trovare qualcosa. Questo ho capito e non mi interessa.
Ma il peggio, oltre tutto questo divagare, oltre questa pena, è la domanda che rimane e mi tiene in vita.
Quanto può durare un amore di carta?
Non mi rispondo. Non avrebbe senso, con una risposta non sarebbe la mia storia e nemmeno il mio racconto.
Solamente mi stringo in tasca l’ultima carta rimasta, quella che non posso giocare, quella che ha deciso tutto. Un carta bianca.

 

 

 

 

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6 commenti
  1. revel permalink

    Boh, io posso spiegarti perchè H.H. è stato un bravo scrittore, ma non mi frega poi tanto e il racconto è carino con o senza H.H.

    Se dovessi poi scendere in filosofiche riflessioni direi che…blablablà.

  2. Nessuno75 permalink

    Quello che penso di questo pezzo te l’ho già detto in privato.

    Oh cazzo, e grazie per la promozione al Palom-Bar!!!
    Quando vuoi per te c’è sempre da bere gratis, eehehe!

  3. misiasays permalink

    saluti ossequiosi da una ex adolescente lettrice di herman hesse che non ricorda più perchè le piacesse tanto e che ora le sta pure antipatico con quel nome da nazista che si ritrova.
    p.s. se non s’è capito il racconto mi è piaciuto tanto ma fare i complimenti sui blog mi fa venire il mal di pancia.

  4. OneImaginaryBoy permalink

    in effetti tutti siamo passati attraverso hermann. sarà stato il suo essere anti-borghese forse. poi a distanza di tempo si cominciano ad avere altri occhi per come vengono raccontate e dette le cose…si guarda verso altri stili

    .il racconto mi piace.

  5. Nenu permalink

    H.H. mi ricorda i miei sedici anni…entrambi non mi sono piaciuti..

  6. anonimo permalink

    Non lo so se l’adolescenza ritorni ciclicamente. Hai presente quando piove? E’ solo acqua. Meqdv.

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