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10 aprile 2006
Eroi e pezzenti

C’era una volta, in un paesino destinato a morire, dimenticato, eroi e pezzenti. Pescatori di lucci e anguille, coltivatori di broccoli.
Poi sono arrivati i barbari ed è finita l’età di pericle. Niente è più come prima e sono passati gli anni. Hanno devastato ogni cosa, messo sedie a sdraio su ogni metro di spiaggia, hanno costruito i binari. Centro informazioni. Treni a due piani. Condannati, spacciati, dimenticati, eroi e pezzenti, erano comunque già avviati all’estinzione.
C’erano una volta questo paesino destinato a morire, ma il colpo mortale non è arrivato.
Naviga questo piccolo villaggio, naviga in lontani ricordi fatti di persone scomparse. Si narra di case in cui sono nascosti dipinti di picasso, modigliani, dalì, cose del genere. Di giovani affogati, ubriachi, tristi d’amore. Qualcuno si è fregato un pedalò. Ma non è niente, eroi e pezzenti non sono qua.
Il pescatore con il volto sfregiato è scomparso. La vecchietta dei broccoli. I bambini che tirano pietre ai gatti.
C’è un signore, distinto, o almeno, che si distingue. Si chiama Palleruzze. Almeno io lo chiamo così. Non gli ho mai chiesto il nome, me lo ha riferito un barista, un barista chiaccherone. Un mio amico lo chiama in un’altra maniera, ma è la stessa persona. La stessa giacca e lo stesso maglione bordeau, la barba di un paio di settimane al massimo, la pelle grigia e grinzosa. Gli occhiali.
Una volta l’ho visto entrare in un bar e andare al bancone. Ha bevuto un bicchierino e se n’è andato senza pagare. Non è certo scappato, ne tantomeno ha ringraziato. Questo è Palleruzze e tutti gli sono devoti.
L’invecchiato guizzo velenoso, che se adesso fa due passi si spezza in due e si deve trattenere la milza che da dietro costole mentre tenta di uscire, quando passeggia, quando passa in macchina, lo cerca sempre con lo sguardo. Eroi e pezzenti. Questo paesino che doveva morire, che era giusto morisse. Si perde facilmente la testa tra partite a biliardo e pasticche. Si perde facilmente la testa tra maremmani e treni a due piani.
I barbari languono, tremano, chiusi nelle loro case. Palleruzze non è più in strada, e allora a chi la loro memoria? A chi la loro devozione?
Gira, qualche ragazzo, con la sua figa. Come soldati, senza caserma, senza esercito, senza nemico.
C’è una lingua che è morta, scomparsa, isolata in qualche vecchio appartamento umido e decrepito. Incontri vecchi volti ricoperti dal passato, consumati, corrosi. Non parlano più, hanno perso la parola. Gli è cresciuto il pelo su ogni papilla gustativa. Mangiano come viene, non cambia nulla. E chi invece ha la bella lingua rosa e sana beve cappuccino e prende il cornetto. Frittura mista? Anguilla alla griglia, broccoli di contorno, pizza quattro formaggi o boscaiola?
Manca a chi offrire un bicchierino, manca il caro vecchio diavolo tanto caratteristico.
Eroi e pezzenti, hanno percorso una via che porta al nulla, ma egoisti non hanno spiegato nulla. Non hanno segnato il loro passaggio. Ma sopravvive ancora una vocina, flebile e implorante. Non mi dimenticare! Ti prego! Non lo fare! Non mi mangiare!
Il monumento ai caduti, le mura muschiose anche d’estate, le cabine telefoniche devastate. I citofoni grigi, il tabaccaio con la grata nuova di zecca. E’ ghisa. Sembra proprio ghisa.
La generazione cresciuta a green day e paghetta consuma profilattici, tra poggio dei pini, i due laghi, martignano e i parcheggi che danno sul lago. Sesso. Sesso. Sesso.
Scende, esplode, sperma, fighe, addio Palleruzze, addio eroi e pezzenti. A chi la memoria? Stupidi acquarelli paesaggistici.
Mostre d’arte, sagra del pesce e del cinghiale. Poveri barbari senza casa, senza verità e tanta voglia di celebrità. Dov’è il centro del mondo? Dove sono le sigarette? Dove sono gli orari del treno che me ne voglio andare via, che la macchina è dal carrozziere e non ho i soldi per ritirarla, dove sono gli orari per scappare via?
Figli ripudiati che hanno osservato il genocidio e rifiutano mamma e papà. E che non capiscono Glen Gloud, che non capisco i geni che sono passati alla storia. Non capiscono, perchè portano occhiali scuri. Perchè porto occhiali a specchio. Quello che riflettono è la realtà di assassini e pedanti villeggiatori.
Dov’è Ricci? Funerali di stato? Piano regolatore? Doppia linea ferroviaria? Leucemia alle stelle.
C’era una volta un paesino destinato a morire. Agonizza, si ripopola, si svuota, si scappa si torna. Prati verdi e poi gialli, siepi da potare, broccoli da raccogliere, lucci da pescare di frodo. Pizze da servire, indicazione dell’ufficio informazioni pro loco. Tornano le lepri, le volpi,le upupe.
Nel mio giardino una coppia di upupe mostrano fiere le loro criniere, il loro piumaggio striato. In quale lingua piangere? In quale letto riposare? In quale maniera svanire? Su quale vena puntare?
Quel signore vestito sgargiante, con due tette montate che non parla con nessuno. Sempre alla fermata dell’autobus. Quelle puttane nigeriane che tirano sassi agli scuolabus. I bambini urlano "negra! negra! succhia!". E guizzo velenoso che alza il dito medio. Mentre un sasso rimbalza sul finestrino lasciando una tenere, dolce, eterna crepa.
Dove sono gli orari? Dov’è il mio tempo? Quando scade? Seppellitemi sotto una sedia sdraio, osserverò cauto, annoiato come sempre, sederi flaccidi o sodi a prendere il sole. Seppelitemi con gli occhiali, non si sa mai.
Eroi e pezzenti, consigliatemi un albero dove impiccarmi. Che non sia un platano tumefatto, che non sia un pino mediterraneo. Abbiate solo questa accortezza. Consigliatemi un albero per il prossimo testa coda.
Che sono stanco di starmene a guardare e la forza di falciare l’erba del giardino non ne ho. Nonostante le upupe.
Niente più cavalli e cavalieri, niente trecce lunghe, niente prima volta. Sognare di incrociare Lindberg al supermercato denota insoddisfazione. Sognare di scavare buche nella sabbia con topolino denota sfiducia nel prossimo. Eroi e pezzenti, qui è finita. Vorrei trovare le parole per allungare questo atto di chiusura, per sperare quando crederci ormai è impossibile. Sono tornati anche i gufi, a mangiare i roditori che riempino le campagne. Eroi e pezzenti non siete mai esistiti, siete solo il rigurgito di un sogno adolescenziale mai digerito. La gente va e viene, muore, tradisce, getta profillatici fuori dal finestrino, consuma birre, si sposa, figlia. Peluche nel micronde, forchette nella lavatriche, biella di trattore al posto di un lavandino. E’ tutta fantasia, un lungo gioco di parole, masticando una torta al limone. E’ tutta fantasia e io sto solo dormendo. Una biella…una biella…

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3 commenti
  1. revel permalink

    Tutti questi commenti per rimanere in tema col titolo del blog?

  2. anonimo permalink

    io penso di si

  3. revel permalink

    Forse il post era troppo lungo…si sa, i bloggersss vogliono frasi brevi, concise, di bassa qualità…buon ferragosto!

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