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20 aprile 2007
Riconosco certi punti particolari nella curva che ha descritto la mia discesa (o salita?) verso uno stato non chiaro di insofferenza verso la città. Verso la metropoli, verso la moltitudine.

Dalla rabbia, primordiale, che sembrava scatenare ogni volta nel mio giovane cervello impetuosi graffi di creatività, alla frustrazione. La frustrazione, dovuta ad un animo rapace, vorace, incapace (ace candeggina) di fermarsi a riflettere.
Tante pagine, tante parole travolte dalla voglia di spiegare qualcosa di non ancora pronto. Come se ogni pensiero fosse unico, un missile della Nasa degno di conto alla rovescia. Che poi esplodesse, incompleto e disastroso, cosa importava?
C’era la guerra fredda con qualcosa. Non so cosa e bisognava andare avanti.
Fino a sfinirmi. A ventanni già spompato, una cosa ridicola. Spompato dal porto e da un gioco carino, quello di mordersi la coda.
Non sono mai stato realmente un perdente, neanche un pò. Neanche lontanamente, nonostante questo blog possa darne l’impressione. Eppure avevo rotto qualcosa. La tensione, l’adolescenza? Dalla frustazione alla rassegnazione? (zione zionee)
Anche questo è da spiegare. Una cosa è certa, alla fine sono entrato in uno stato di sonnolenza, di densa e melmosa attesa (sa sa saaa).
Ho preso a masticare mille volte le parole, le frasi e i pensieri. Ho piegato e sottomesso ogni mio prodotto mentale in nome della mia decisione, anche questa non molto chiara, di non sprecare più fiato in lampi (molto discussi) narrativi.

Rinunciare alla comunicazione. Tanto che, cinicamente e molto stupidamente, ho cominciato a considerare la comunicazione stessa simile all’alcool. Crea dipendenza, in maniera lenta, subdola, non se ne esce più e non ti soddisfa mai. Rimango vittima dei soliti interrogativi, al mattino (o la notte mentre torno a casa, tenendo ben salde le mani sul manubrio e la fronte incisa da bassorilievi rugosi, come direbbe lei, il tipico corrucciato). Mi lascia perplesso, a volte vagamente ispirato, molto più spesso amareggiato.

Tornando al silenzio che covo (e che ognuno di noi sembra covare).
Sembra un tumore.

Un tumore che mi porto dietro, nelle viscere, e cresce.
Si espande, ingloba sempre più parole e pensieri. Si mangia tutta la mia rabbia, la mia insofferenza. Gli fa compagnia l’attesa, l’attesa di qualcosa, ovviamente, non ancora chiarito.

Ho un’idea e spero di trovare tutti i tasselli giusti per realizzarla.

Sinceramente non so nemmeno perchè ho scritto questo e qui.
Sarà che mi sono tagliato la barba, in uno strano momento di compiaciuto nervosismo, e allora non ho più sostituti.

Sarà che comunque mi sento uno stupido a mettere una dietro l’altra queste righe.
Quindi ciao

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3 commenti
  1. revel permalink

    Dobbiamo metterci d’accordo…io non faccio la barba da una settimana…

    Potremmo creare una corrente letteraria o addirittura artistica in generale, su questo stato d’animo che a quanto pare è comune a molti.

    Ok basta…più…

  2. fatboy permalink

    ci siamo capiti.

  3. anonimo permalink

    interessante

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