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5 gennaio 2008
Un’altra cosa

Ho sempre sostenuto che i migliori scrittori sono quelli che ti fanno venire voglia di scrivere. Forse mi sbagliavo, come d’altronde mi sbaglio sicuramente anche su molte altre cose. So però che in fin dei conti a questa storia che mi sono raccontato non ho mai creduto poi così tanto, che più leggi uno bravo e più ti viene la voglia di prendere la penna in mano (non sto scrivendo in rima vero?).
Per essere precisi, anzi, non si parla più neanche di penna ma di: accendere il computer, aspettare, avviare il word, digitare. Poi dopo aver digitato, correzione. Gli errori spariscono, non come sui fogli dove rimangono segni, scarabocchi, cancellature. Il risultato appare perfetto, tanto che quando tutto è finito sembra di aver cagato dei confetti rosa alle mandorle. Poi solitamente ci si collega e si sbatte tutto su un blog. Condivisione. Un problema.
Un problema su cui ho intenzione di riflettere, come sul “personaggio” che si crea quando si scrive, come sul personaggio che si diventa, scrivendo, quando si cerca la comunicazione, senza considerare le aspettative, le delusioni (ed è buffo accorgersi in quanti fanno finta di non capire o s’indignano considerando queste evenienze, perché la comunicazione dovrebbe essere pura, diretta, ma qualcuno mi deve trovare un esempio limpido da prendere in considerazione). Poi c’è la grafica.
Che situazione imbarazzante, di certo l’Inganno di Roth è molto più conturbante riguardo questioni di identità, come operazione Shylock, rispetto questo triste mondo da pubblicista.
Ma ci rifletterò, lo stesso, il tempo di allungare ancora un po’ con del succo il mio screwdriver.
Fatto.
“Un’altra cosa” è l’ultimo racconto del libro “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Carver. L’ultimo che ancora non ho letto. Il penultimo è appunto “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Non so se leggerò “Un’altra cosa”. Non sono curioso, non ho voglia di proseguire. Sono giusto un paio di pagine ma va bene così. Una scelta eccentrica, ho sempre finito tutti i libri intrapresi finora (tranne Baricco, e ho scoperto che anche Luttazzi non lo sopporta, e questo spiega tanto).
I racconti affrontati fino a questo momento mi sono piaciuti abbastanza, alcuni di più altri un po’ meno. D’altronde c’è scritto su quella linguetta di carta che si allunga dalla copertina (qualcuno mi dice come si chiama?) che Carver è maestro indiscusso della short story. Ci sarà un motivo.
Trovo che “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, sia senza dubbio il migliore, per l’ironia e per il tratteggiamento dei personaggi (piace anche ai Deus questo racconto, ascoltate la canzone con lo stesso titolo del libro). Non leggevo un bel racconto, semplice e gioioso, da tanto tempo. Ma forse esagero.

Ecco un’altra definizione estemporanea, come quella iniziale, riguardo gli scrittori. I migliori sono quelli che quando li leggi ti viene voglia di parlarne bene.
Ha senso? Così così. Che poi a riguardo ho in realtà un pensiero labirintico che non mi viene proprio da spiegare. Ma per semplificare, proprio vero che una stronzata tira l’altra. Come le cose che scrivono nelle linguette dei libri, per riempire ad ogni costo spazi di roba che ti convinca a comprare. Maestro indiscusso. Chissà chi è che distribuisce questi titoli.
Comunque oggi non mi lamenterò dei prezzi dell’editoria, perché tanto il libro me l’hanno regalato.
Regalo azzeccatissimo, qualche anno fa, una lettrice di questo blog, mi disse (scrisse) che sembravo Carver da certi spunti. Ora so che sbagliava. Un po’ in ritardo, ma ho una certa repulsione per la minimum fax e per questo non ho mai comprato Carver da me. Ci ha dovuto pensare Martina.

Tra l’altro non ho capito neanche il dorso del fumetto di Nikolaj Maslov, “Siberia”, in cui si afferma “Tra miseria, individuale e collettiva, e redenzione, qui rivive Dostoevskij”. Non lo so, non lo so proprio. Sono due mondi così lontani, Dostoevskij e l’Unione Sovietica che un parallelo mi sembra arduo. La miseria individuale borghese rispetto quella di un “compagno sovietico” non sembra percorrere gli stessi binari. Senza considerare una cosa fondamentale, il mezzo. Comunque in tutto questo la minimum fax qui non c’entra nulla, l’editore è un altro.
Ah, però una cosa, qualcuno mi spiega perché nella copertina di Carver c’è un ragazzo che, si scopre sul dorso, gioca alla playstation? Cosa c’entra la routine pazzesca e deprimente, l’alcolismo e la vita barbara tra divorzi, sbronze e omicidi di questo libro con la realtà nichilista e perditempo di noi giovani d’oggi? A sto punto era meglio metterci un’illustrazione Rockwell, che almeno è americano, lasciando la libera possibilità di immaginare la cosa come doppia faccia di una medaglia. Rockwell e la bella famigliola di provincia, i fiocchi d’avena, i vecchietti felici, e Carver dall’altra parte.
Perché no? Avrebbe potuto vendere lo stesso (forse, ma chissà le analisi di mercato cosa dicono).
Mi sono perso un attimo, ma ho una lista di cosa da dire che mi sono segnato in questi giorni.
Prima cosa, ormai è decisamente assodato, l’unico superalcolico che riesco a bere è la vodka. La vodka ha il mio stesso carattere, il mio stesso senso dell’humour. Ad un certo punto, senza che te ne accorgi, ti tira giù i pantaloni, lasciandoti in mutande (o magari senza). E’ una cosa simpatica, mi fa morire dalle risate questa immagine. La gente che beve, la gente che perde i pantaloni. Benny hill show.
Oppure (versione triste, sembra un suggerimento di Maslov) la vodka è in assoluto (per il sottoscritto) la via più breve per arrivare a bestemmiare, per arrivare a parlottare frasi incomprensibili, per arrivare a sentire quel senso di alienazione, inappartenenza o inadeguatezza che perfettamente si addice al sottoscritto.
Aspetto abbastanza trepidamente l’occasione di poter mangiare caviale sorseggiando vodka gelata. Dopo la doccia con il Dom Pèrignon. Non chiedetemi il motivo, ho sempre coltivato questi desideri, tra la Parigi di Hemingway e la strafottenza lussuosa del minimalismo americano.
Poi in realtà passo il tempo allungando uno screwdriver e mangiando marroni abbrustoliti.

Ah, “Muck Raking” sta a significare “giornalismo d’inchiesta”, più letteralmente “razzolare nel fango”. Fa riferimento in particolare alle inchieste sociali portate avanti da molti giornalisti (Riis, Sinclair, Llyod) americani, spesso di fresche origini europee (mi pare Riis fosse danese), nei primi anni del ‘900 in vari campi, dalla vita degli immigrati, alla corruzione dei politici, e cose simili. Parentesi chiusa, forse inutile ma in italiano mi pare non ci sia nemmeno questa spiegazione minima sull’argomento. E allora la infilo in questo marasma.

Direi basta. Un’altra cosa la prossima volta.

PS: Altri particolari, chiudono i battenti vari blog da me aperti in passato, nati per crescere a più mani.
Non rompere e Beat-Happening sono stati azzerati. Recensisco è stato cancellato. A breve seguirà penso anche un revisione di Comma22. Il mio vecchio blog, Beato Impazzito, il mio vecchio indirizzo, Me ne frego (tra l’altro qualcuno ancora è linkato lì, roba da pazzi) verranno privatizzati in attesa di un nuovo, forse, assetto.
Magari più in là aggiornamenti su nuovi piani.

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7 commenti
  1. Cellardoor permalink

    che post denso e stimolante.

    (cos’hai contro le edizioni minimum fax?)

  2. revel permalink

    Sai che penso spesso al giornalismo d’inchiesta in questo periodo?

  3. SostieneMartina permalink

    Io ero su anobii. Ho letto volso e mi son detta Volso. Volso Volso Volso, dov’è che l’ho già sentito Volso.

    E l’avevo già sentito qui. Perchè erano secoli che non ripassavo a leggere? Mistero della fede.

  4. hellionor permalink

    E’ lungo°_°
    Però lo leggo,dai.

  5. hellionor permalink

    I migliori scrittori sono quelli che quando ci ripensi al libro,ti vengono in mente le immagini.Poi è tutto dire e sicuramente qualcosa da affrontare;non in un commento.

  6. Recidiva permalink

    I migliori scrittori, secondo me, sono
    quelli che mi piacciono.

    :)

  7. volso permalink

    sai leggere tra le righe eh?

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