Skip to content

8 gennaio 2008

Era meglio prosciutto e mozzarella

Dopo circa quattro mesi ho trovato un lavoro come commesso in un negozio di giocattoli. Me lo ha proposto il genitore di uno studente di liceo classico a cui davo ripetizioni di letteratura italiana e inglese, senza tra l’altro averne alcun titolo.
Quattro ore al giorno, dalle otto alle dodici, escluso domenica e giovedì, e guadagno abbastanza per pagarmi l’affitto e le bollette: 400 euro. La ripetizione dei quattro rende curioso il nostro contratto non scritto. La paga è intorno i quattro euro l’ora. Per il resto continuo a dare qualche ora di lezione, anche se non sono molti i clienti. Ma non sono molte neanche le spese, ho chiuso da un pezzo con le sigarette.
Non mi piace fare l’insegnante a domicilio, la maggior parte dei ragazzi mi guarda con odio ingiustificato e i genitori prima di pagare, ogni maledettissima volta, chiedono lo sconto. Ho sbagliato, in partenza, a mettere come tariffa 13 euro l’ora, tutti considerano quei tre euro in più come una fascia di contrattazione. E io che per onestà non volevo fare 15, visto che neanche sono laureato (ma questo ovviamente lo tengo per me). Spesso sono finito a 10 euro l’ora, che quasi era meglio fare la donna delle pulizie. Almeno a spazzare a terra non si deve sopportare l’odore di certi sbarbatelli, acido, ricco di ormoni e ripassato tre quattro volte con l’Axe.
Le poche volte che mi è toccato dare ripetizioni ad una ragazza mi sono trovato davanti dei cessi inguardabili. Non che fossi interessato alla fighetta di una minorenne, ma insomma dal punto di vista di uno che dà lezioni di recupero il mondo è pieno di orrendi sgorbi liceali che ti guardano come un orrendo scherzo della natura. Con loro e le famiglie uso sempre un linguaggio da nonno, infarcite di luoghi comuni. Per evitare qualunque tipo di discussione.
Ma devo essere onesto, la vita così è facile. Non lavoro più di 6 ore al giorno e posso stare tranquillo.
Il mio coinquilino, un vecchio vedovo che mi affitta una camera, è praticamente inesistente. Passa ogni giornata al centro sociale per anziani, fino alle otto di sera. Quando torna all’ovile si chiude nella sua camera da letto a guardare la tv. Un giorno gli chiesi cosa mangiava visto che in cucina non lo avevo mai visto e lui mi spiegò, ovviamente in un dialetto siciliano che si sforzava ad avvicinarsi all’italiano standard, che non mangiava più di un’arancia al giorno ed una rosetta vuota, perché aveva il cancro al pancreas e gli era passato l’appetito.
Alla notizia non riuscii rispondere altro che con un sibilo afono, stante a significare “Ah”.
Un giorno mi sarei svegliato con un cadavere in casa. Come avrei fatto a spiegare che non avevo un contratto d’affitto? Cercai di non pensarci. Finora Ragusa era stata la città perfetta, non avevo incontrato alcuna difficoltà burocratica. In pratica in quella città non esistevo, ma avevo una casa, un lavoro e un lavoretto.
Un giorno il proprietario del negozio mi disse che ero il primo che dopo 3 mesi ancora non si era lamentato dello stipendio. Sorrisi, immagino con una faccia da ebete. Speriamo che non vuole abbassarmi la paga, pensai. Poi non avendo altro di meglio con cui schernirmi lo dissi ad alta voce. Lui si mise a ridere: “Ma che vuoi morire di fame?” e io replicai: “Scherzavo, ovviamente”. Non scherzavo e comunque dopo quello scambio di battute capii i vantaggi dell’avere un cancro al pancreas.
Non mi potevo lamentare, erano ormai otto i mesi di pace in questa nuova città.
Otto mesi senza di Lei, senza vederci, senza sentirci. Non mi pareva vero.
Il primo giorno fu esaltante, quando al mattino, verso le sei, lasciai il bilocale in fondo la casilina dove convivevamo. Presi il 105 fino a Termini, con una valigia ed il portatile.
A termini scendendo dall’autobus la borsa con il computer si è aperta. Cadendo il mio caro vecchio Acer, sei anni di vita, quattro formattazioni, innumerevoli scandisk e virus, deflagrò.
E’ l’unico verbo che mi sembra descrivere adeguatamente l’impatto e la frammentazione in mille pezzi tecnologici dell’apparecchio.
Rimasi qualche secondo a guardarlo a terra, nessuno intorno, solo un immigrato di colore, con un lenzuolo usato come sacco sulla spalla. Disinteressato.
Me ne sono andato lasciandolo lì a terra, come me ne ero andato dalla casa abbandonata.
Mentre sull’autobus non avevo pensato nulla, in preda a scariche di adrenalina, sulla metropolitana verso Rebibbia, dove abitava un amico che mi avrebbe ospitato, non potei fare a meno di ripensare minuziosamente al nostro litigio, cominciato ad ora di cena.
Per colpa di una frittata. Le avevo chiesto di farla con le zucchine, lei mi aveva risposto malamente, che no, lei le zucchine non le voleva fare. Perché era una rottura fare in continuazione zucchine. In continuazione, perché il giorno prima aveva fatto pasta con le zucchine. Avevo chiesto all’altare il suo supremo sacrificio, nel friggere due zucchine. Le dissi vabbè, pare che ti ammazzi di lavoro, povera schiava. Una serie di frasi sarcastiche, ci ritroviamo a letto, digiuni. Dopo lunghi minuti di silenzio, provo ad accarezzarla, ad abbracciarla. Lei rimane immobile, poi un sottile irrigidimento della schiena, un sospiro. Capisco che non sopporta la mia presenza, che non riesce, in quel momento a sopportare nulla di me. Le uniche due opzioni che mi si presentavano, emotivamente, erano prenderla a schiaffi oppure andarmene. Non potevo offendere tanto il mio essere civile.
Stanco mi alzo e comincio a fare le valigie. Lei è rimasta in silenzio.
Dopo due giorni che ero via, a casa di Pierpaolo, un amico che lavora come guardia giurata, non resistevo più all’idea di rimanere a Roma. E di stare in una casa dove circolavano armi.
Non potevo incolpare Lei, non potevo incolpare me stesso, allora era la città. Non mi avrebbe mai seguito, ma l’avvertii lo stesso. “Ciao, volevo dirti che parto. Vado a Ragusa, mi rifaccio una vita lì. A Roma non resisto più, ti lascio il numero di questo posto dove vado per la prima settimana, poi vedo di trovarmi un appartamento, qualcosa insomma…vabbè ciao”.
Non rispose neanche al messaggio in segreteria. Ogni tanto ci penso, magari non lo ha sentito.

“Senti, ma ce l’hai la ragazza?” “Ce l’avevo, vivevamo insieme a Roma, ma poi è morta”. Il proprietario del negozio sgrana gli occhi, per una volta sembra non commosso, ma sbalordito forse si. Si prolunga in un lungo “Ah”. Poi si sforza “Mi spiace, eravate sposati?” “No” “E come è successo?” rimango a fissare un punto nullo, all’altezza dello scaffale dei Lego, come assorto ma in realtà assolutamente indifferente alla domanda “Tumore al pancreas”.

L’uomo, con tutti i suoi pesanti cinquanta e passa anni da commerciante si lascia andare, abbattuto, su una sedia. Provai pena per lui e per un attimo non potei fare a meno di considerarlo una brava persona, forse.

Poi tira fuori dalla tasca una bustina e comincia a mormorare “Mi spiace, mi spiace davvero tanto. Sono uno stupido, pensa, credevo tu fossi frocio” poi si guarda intorno, quasi imbarazzato, con insofferenza malcelata verso tutti quei giochi stronzi, e mi chiede “Vuoi farti un tiro di coca?”.
Sento la stanchezza prendermi alle ginocchia e capisco che forse Ragusa non fa più per me.
Questo piccolo racconto era una mezza promessa, un po’ a me stesso un po’ alla frittata. Spero di aver dato soddisfazione al mio onore di lupetto e, appunto, alla frittata. A parte scherzi, spero piaccia a Martina, o che almeno la faccia sorridere.
Annunci

From → Archivio

14 commenti
  1. fotofa permalink

    Forse, scusa se mi intrometto, l’essere civile non è sufficiente a dare amore a qualcuno.

  2. volso permalink

    Ehm, nessun problema per l’intromissione.

    Ma devo ammettere che mi lasci abbastanza perplesso, non ho scritto da nessun parte che l’essere civile è sufficiente a dare amore.

    Non capisco a cosa fai riferimento.
    Ah, è un racconto poi. Quindi in ogni caso la tua affermazione avrebbe un valore relativo al contesto (ma questo capisco è più difficile da capire)

  3. misiasays permalink

    mi piace.

  4. angulusridet permalink

    non avevo dubbi sulle tue capacità…un bel racconto davvero…

    ma ora un pò di gossip: chi è Martina?

  5. Cellardoor permalink

    nemmeno io avevo dubbi sulle tue capacità.
    sono soddisfatta.

  6. axxunta permalink

    Grazie di essere passato!!! Ciao e a presto.

  7. LAPESTE82 permalink

    GRAZIE DI ESSERE PASSATO NEL MIO BLOG!!! Cià Cià

  8. Cellardoor permalink

    ma che posti frequenti?

  9. volso permalink

    eh, boh, mica ricordo.

  10. Misiu permalink

    incivile e accompagnato da strane compagnie?
    ma che ci fai a ragusa:)

  11. trunzusa permalink

    avevi dubbi su ragusa?che città!=)

  12. volso permalink

    cambiate pure il nome della città a vostro piacimento, se ci tenete. Tranne milano vanno bene tutte. A milano con 400 euro non ci paghi neanche un posto sotto i ponti.

  13. Nenu permalink

    a milano con 400 euro non puoi nemmeno transitare sotto ai ponti eh eh

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: