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errore sistematico

8 aprile 2013

L’altro giorno ho visto per la prima volta 7 anni in Tibet, un film che ho sempre snobbato, per motivi che potete immaginare.
Sta di fatto che mi ha colpito per tanti piccoli spunti che mi hanno riportato a pensieri che tornano come le stagioni, e che ogni volta si presentano come ponti interrotti.
Tutto questo nonostante le pose di Brad Pitt che si mostra bello-bellissimo, provocando in me una fastidiosa repulsione/invidia verso gli austriaci.

A costo di sembrare banale, in poche parole: mi ha coinvolto molto la fase finale del film, in cui il protagonista confessa di sentirsi libero solo quando scala (una montagna), oppure in compagnia del giovane Dalai Lama.
Una confessione priva di pathos, purtroppo. Un momento interessante, non esplicitato. Anche perché vorrebbe essere un film-denuncia, più che altro, quindi si disinteressa di questioni esistenziali.

Nelle scene finali della narrazione il protagonista riallaccia il rapporto con il figlio perduto. La pellicola si chiude che scalano insieme, arrivano su una cima innevata, Brad punta “oltre” uno sguardo quasi triste, un bandiera del Tibet sventola e dietro il figlio sta facendo altro. Tipo mettendo a posto lo zaino, o qualcosa del genere.
Se non fosse per il panorama che ci distrae… abbastanza inquietante.

In questo film solo per occidentali sarebbe stato bello dire qualcosa di più sul rapporto uomo-natura e la riflessione buddista a riguardo.
Nel protagonista la natura e lo scalare causa quasi lo sbigottimento, alienazione. La tensione verso sfide incredibili (raggiungere le vette più alte del mondo) svuota e pacifica l’inquietudine. La bellezza intrinseca della verginità, dell’irraggiungibilità di certi luoghi, fa il resto. Il Tibet stesso ridiventa, per la seconda volta (dopo l’invasione cinese) un luogo lontano, inaccessibile.  Cosa c’è di più inafferrabile del ricordo di qualcosa che sta cambiando radicalmente?
Molto romantico e niente di più di una bolla di sapone.
Nei miei soliti collegamenti più o meno sensati, ho ripensato ad una chiacchierata a Kopan, con un avvocato polacco (Rafa).  Un tizio molto simpatico, che sosteneva che l’accento del mio inglese fosse stranissimo. Non era ovviamente britannico o americano, ma nemmeno mediterraneo o nord europeo.
Buffo.
Ogni giorno ci teneva a ricordarmi questo particolare.Comunque, mentre da un terrazzo osservavo le risaie della valle di Kathmandu, volava in alto qualcosa che doveva essere un falco, dall’apertura alare imponente.  Ho pensato ad alta voce qualcosa come “che bello”.

Sono stato corretto, subito, dall’avvocato polacco: non è bello, è una cosa tremenda.
O giù di lì.
Poi si è spiegato, lentamente e con chiarezza. Era una lezione.
Il falco non è fatto per essere bello, non vola per compiacere alcuna estetica. Controlla con il suo sguardo indagatore se vi sono prede da catturare, altrimenti morirà di fame.
Allo stesso tempo, tanti altri animali sotto di lui hanno il terrore di essere attaccati. Topi di campagna, roditori di ogni genere (le dolci e carine marmotte),  tremano.
Noi li osserviamo con curiosità, loro intanto si cagano sotto e lottano per vivere.
Non è il solito discorso sul ciclo della vita, o almeno, lo è, ma ripulito dalla retorica scontata e senza accettazione di un ruolo particolare, di tipo “naturale”. Non è darwinismo, ma qualcosa di più immediato.
Quello che risalta, immediatamente, dopo la consapevolezza, è lo spirito di chi lotta, che non può fare a meno di osare, anche contro le leggi della “natura”.  E’ un imperativo che sembra genetico in alcuni uomini (non tutti): la ribellione.
Il protagonista di 7 anni in Tibet non si ribella, subisce il fascino, l’esotismo di un filosofia, ne coglie tutte le pieghe sentimentali, ma non quella che dovrebbe essere una fredda e potente presa di posizione.
Lo stesso Dalai Lama si svincola da tutto ciò (lui però, secondo la sua cultura, è autorizzato, rinuncia al nirvana per farci da balia).
Alla fine diventa un messaggero politico, tra l’altro su misura per noi western.

E in fin dei conti, va tutto bene, la vita al 99,9% si riduce comunque a questo. E anche per gli orientali ormai è così.
Ci si ribella a feticci, alle dittature, oppure agli usi e i costumi tradizionali. O a quelli della modernità. Non è giusto, è giustissimo. La natura continua la sua lotta e noi la osserviamo, in Hd, in 3d.
Poi, il rumore di fondo.
E certo io ne ho una visione edulcorata, ma lo immagino dolce, dolcissimo. Come l’oppio.
Per questo ogni tanto mi fermo e osservo quello che mi circonda.
E non mi basta considerare che è tremendo, che la vita è sofferenza. L’ho capito benissimo.
Cerco però, dalla seconda linea, di cogliere nella parola di chi offende e nel silenzio di chi subisce, la connessione.
Che non è una frattura, non tende verso una parte o l’altra, ma è un semplice e lineare legame.
Non può essere altrimenti.

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From → Roma

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