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sabato sera (2)

29 giugno 2013

La temperatura scende, l’alcool si è quasi esaurito.
Freddo, brividi, lampi di cattiveria che attraversano la colonna vertebrale.
Traspirato, sudato, sputato, lacrimato, smocciolato, nei nostri sogni i liquidi ci portano via energia, lasciandoci insoddisfatti e nervosi. Ancora una volta reattivi e agguerriti.
La prenestina avvolta nella penombra sorniona dei lampioni, il fresco ristoro serale, come fosse già estate inoltrata.
E’ un film, per l’ennesima volta in prima visione, un patetico revival cervellotico, attimi accumulati nei lugubri angoli di stanze abbandonate.
Abbandonante senza bisogno di chiudere a chiave, fine giugno 2013, il mondo ci ha liberato dei ladri di emozioni e di ricordi.
Non so più a cosa far la guardia e allora una sola piccola certezza si concretizza, mentre gli oggetti perdono concretezza e le azioni sfuggono, la meccanica è inesorabile.
Schioccano baci come frustate muscolose, un abbraccio è fatto di tenaglie bioniche, la pelle sembra uno strato leggero di pvc.
Un’eccessiva frizione può causare bruciore o cariche elettrostatiche.
Una sola certezza, condannati a prendere le cose come vengono, come se fosse.
Perché realtà è noiosa. A dimostrazione di questo, in perfetta sincronia, svaniscono le presenze metafisiche di quartiere.
Poche ombre in giro.
La città è qua ma non chiama.

Osservo un platano nelle sue venature, nelle sue escrescenze e i suoi tumori. Nel pulviscolo che sparge causando epidemie e un uso indiscriminato di antistaminici.
Torno a casa, cinque minuti sono sufficienti.
Sufficienti che è meglio tornare a giochicchiare su progetti strampalati, sognando neve e montagne.
Il mediterraneo dei poveri, quello della terra dal calpestare in fuga, verso l’alto, è necessario allontanarsi dalle paludi salmastre, afose e malaticce della costa.
Questo è quello che succede, quando non si morde nel momento giusto.
Azzannare, quando il tempismo lo permette.
Sempre.

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From → Roma

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