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Avanguardie verso l’estinzione

Ho un collega a lavoro, uno che mi è stato vicino per un mese prima di una rotazione dei posti a cazzo di cane, molto simpatico.
Siamo stati assunti insieme, un ragazzo intelligente che ride per cose idiote.
Vado molto d’accordo con quel tipo di persone che apprezzano queste battute:

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Cosa sia l’ironia, nel 2015, dovrebbe essere oggetto di indagine più approfondita, nel senso, va bene la Nasa, va bene donare fondi per guarire il Cancro, ma non so, dove è finita la ricerca della barzelletta finale?

Alla fine gli antichi per campare, a meno che non fossero dediti esclusivamente a cacciare e scopare (era meglio quando si stava peggio, lo sappiamo tutti) si interrogavano su queste cose.  Fino ad arrivare a Checco Zalone.

Quando si ride, si vomitano scorie, immondizia emotiva, tutto quello che deve uscire in qualche maniera, possibilmente incontrollata, così da non dover dare giustificazioni di sorta. Esattamente come i sogni.
Bello ridere di Hitler che parla della metropolitana di Roma o che balla la techno. Esorcizziamo il fatto che per caso, chissà come, magari avremmo tifato per il nazismo, per il cannibalismo, per sto cazzo.

Chiamatelo se volete occidente.
Ridete, ad alta voce, che vi fa bene.

 

 

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Fraintendimenti

Sono abituato allo sproloquio di amici, conoscenti, parenti, colleghi.
Sono abituato, abbastanza annoiato, schifato.
Devo essere davvero molto intelligente o molto ignorante, in entrambi i casi molto spocchioso.
Non che abbia poi moltissimo da dire, tanto meno di interessante, ma almeno circoscrivo, ritaglio, quando posso.

Ma la difesa dell’identità culturale, questo argomento sulla bocca di tutti, con alti e bassi, mi sta tipo facendo saltare i nervi.
Nessuno mi sa spiegare esattamente le motivazioni storiche dell’equazione ormai assunta come prestabilita, che la difesa dell’identità culturale equivale alla difesa di confini materiali, confini nazionali.

Per curiosità se qualcuno che passa ha notizie a riguardo… quando mai una cultura si è disciolta a causa <dell’immigrazione>, ad esempio, o di un ipotetico melting pot (anche quello un mito, per l’altro) ?

Ho notizie solo di etnie, lingue, popolazioni sterminate da: guerre, pulizie genetiche selettive, omologazione linguistica, imposizione di grammatiche aliene e segregazione.
Identità culturali perse a causa dell’immigrazione (non militare, più o meno censita), non mi risulta.
Un’identità, una cultura, che ha la possibilità di esprimersi, che non è minacciata dall’estinzione fisica, non muore, a meno che non smetta di evolversi, perdendo vitalità.

Hanno resistito gli ebrei, gli aborigeni, gli indiani d’america, tribu artiche, africane e sudamericane (quando non sterminati a colpi di machete, camera a gas e similari).

E noi, in potere, in maggioranza con strumenti tecnici sofisticati, non siamo capaci di immaginare niente di meglio che uno Stato paramilitare (tipo Belgio o Francia, in stato di assedio), che emette carte bollate ad attestare identità culturali fantasma.
Solo questo.
Lo dico in francese, chapeau.

Bar Sport – Dateci una Golf a metà prezzo e siamo pari.

Al computer, tra una pausa e l’altra, mi capita questo articolo sulla Volkswagens.
4 righe, una specie di compitino, forse qualche chiamata ad un paio di concessionari per riempire gli spazi e portare ottimismo, speranza e lo stipendio a casa.
Sappiamo che la questione è leggermente diversa, semplice ma grave, la finanza globale, le azioni, gli stock, la produzione dislocata, le falsificazioni. Tutti possiamo immaginare che merda viene a galla, le nostre esperienze personali ci raccontano questo mondo.
Io ad esempio lavoro per una multinazionale indiana, con base in Polonia, che offre servizi informatici ad una multinazionale (farmaceutica) francese, che ha un ufficio a Firenze. Il cerchio si chiude con me che discuto di stampanti e stronzate per telefono con gente che ha difficoltà a dire goodmorning oppure che non sa installarsi da sola una stampante.
Macinano miliardi di euro.

Ti credo che in un mondo così tutti cercano un modo per incularsi la grande comunità globale, il mercato, i cinesi, gli americani, gli europei, gli africani, il consumatore, il senzatetto o il tossico di strada.

Lo scandalo Volkswagens fa ridere perché una qualunque persona, cioccata a vendere e falsificare prodotti (il top della gamma) l’avrebbero già messa in croce.
Ma qui parliamo di un altro tipo di business, di situazione.

Dall’articolo:

<Si sa, noi siamo il Paese più esposto del mondo alle follie collettive, da noi il panico serpeggia alla velocità della luce ed è dalla lontana guerra del Golfo che vediamo svuotare i nostri supermarket ad ogni notizia di “emergenza”.>

L’Italia il paese più esposto alle follie collettive?
Forse chi lo scrive vive nelle serie televise, dimenticandosi che sono prodotti di oltreoceano, tipo walking dead (che mi piace, proprio perché è una sboronata stelle e strisce).
C’è un intero continente, quello americano, che ci batte e in europa non ci distinguiamo per frenesia, abbiamo altri problemi locali, ad esempio i giornalisti faciloni.

<Con questo non vogliamo di certo minimizzare il fenomeno né giustificare il colosso Volkswagen, ci mancherebbe, ma va detto che la faccenda non riguarda le auto a benzina, altri motori diesel a parte quelli incriminati e che comunque ci sono altre marche coinvolte (di cui non conosciamo i nomi).>

I nomi dei modelli coinvolti non li conosce ancora NESSUNO. E quindi, non vogliamo certo minimizzare (no certo), ma se i clienti non sa quali sono i modelli truccati, il dealer nemmeno, al concessionario ci si vede per cosa?
Una partita a scopone?

< In realtà – lamenti a parte  –  i dealer dicono (quasi tutti) anche un’altra cosa: “Potremmo facilmente sfruttare la situazione con una grande operazione commerciale: super sconti e super offerte legate al momento. Avremmo la fila di clienti…”.>

Per fortuna, quando si riportano le parole dirette dei dealer, almeno qualcosa prende un senso nell’articolo. Il giornalista si sveglia:

<E hanno ragione: uno dei problemi delle offerte promozionali di oggi sono la credibilità: anche se a volte gli sconti sono consistenti nessuno ci crede più. Stavolta invece  sarebbe diverso. Gli stessi analisti della Frost & Sullivan hanno teorizzato i vantaggi per una maxi campagna di sconti Volkswagen, segno che le possibilità sono reali.>

Finalmente la domanda, la sincerità, con cui si chiude l’articolo:

<Il punto ora è questo: la Vw Italia farà davvero questi super sconti? Da quello che abbiamo capito no. Almeno non subito: la credibilità del marchio va difesa con i denti e una “svendita da scandalo” per ora non è neanche presa in considerazione…>

Ed ecco a voi una bellissima lezione di economia, di politica, di sociologia.
Tutto comincia con il secondo colosso al mondo costruttore di macchine, un’industria strategica, che rappresenta l’affidabilità e la perfezione del modello teutonico.
Hanno falsificato tutto quello che riguarda i motori diesel, distorcendo il mercato mondiale e traviando anche il progresso tecnico scientifico.
Hanno prodotto e venduto milioni di auto truccate.
Non li ha scoperti l’Unione Europea, dove la Germania fa il bello e brutto tempo, figuriamoci, ma gli Stati Uniti, che hanno buon gioco a denunciarli.
Non sono santi manco loro, ma il rispetto delle regole del gioco non era un fiore all’occhiello dei tedeschi?

Tutti sappiamo la gravità di questi fatti, tutti riconosciamo il re nudo, non per altro… ci sono Stati che sono stati condannati alla recessione permanente (Grecia) buttando milioni di persone nella disperazione sociale, disoccupazione, tristezza, per dei conti sballati, falsificati.
Vogliamo giustizia.
Vogliamo un turno di svendita, dateci una Golf a metà prezzo e siamo pari.

Thanks god

<Finalmente qualcuno mi ha spiegato come funziona. Peccato che tra dieci secondi avrò dimenticato tutto, mi salvo l’email oppure ci sentiamo la prossima settimana. Grazie ancora!>.
Poi uno dice perché si sbronza il venerdì sera.

Un nuovo Schulz

Tornato dalle ferie, dopo aver macinato un pò di chilometri, non tanti. Tornato al fresco nord, dopo aver sudato, non troppo, tranne un pomeriggio assolato a Palermo. Ma era colpa della birra, del vino, dei negroni. Non ha fatto così caldo in Italia, in fin dei conti. Poteva andare peggio.
Di queste ferie, le prime mai avute in vita mia, le prima così lunghe (e pagate), hanno avuto un solo neo: zero tempo per scrivere. Come tutti i trentenni con in passato qualche velleità creativa, ho bisogno di troppe condizioni speciali per sentirmi a mio agio e buttare giù due righe (da qui anche la stitichezza di questo luogo virtuale).
Oltre questo, ho letto, poco e pochissimo e avrei voluto qualche giorno in più in un luogo come casa, appunto, per svecchiare i tanti pensieri accumulati. Tanti percorsi ingarbugliati.
Poi tanto mi rendo conto che mi ci vorrebbero un paio di mesi per fare ordine, davvero allora sticazzi lasciamo perdere.
Delle poche letture fatte, nell’ultimo mese, ci sono due fumetti e una specie di breve autobiografia.
Visto che parlare d’altro sarebbe troppo complicato, non c’è niente di più semplice che commentare il lavoro altrui e farsi passare la fame.


Sketchbook diaries: 1
Kochalka, James


Che dire?
Non saprei come esprimere meglio il mio disagio dopo aver letto questa collezione di vignette.
Non so nulla di questo autore, ho letto solo questo volumetto e a solo questo mi riferisco, magari è un genio stile Moebius, ma per quel che ho visto mi risulta soltanto imbarazzante.
In quarta copertina viene osannato come candidato nuovo Schulz.
Ok, si scrive di tutto per vendere, lo sappiamo già.
La quotidianità descritta è priva di poesia, la traduzione del vissuto sembra bisbigliare banalità. Mi spiace essere ruvido in questa recensione, ma proprio non sono riuscito ad apprezzarlo.
Lo dico a chiunque sia capace di reggere una matita in mano: lanciatevi, non c’è nulla di cui aver paura, se questo è il nuovo Schulz c’è tantissimo spazio per migliorare.


Rughe
Roca, Paco


Storia coinvolgente e drammatica, un tratto piacevole, colori tenui, testi ben scritti. Si legge facilmente, sia dal punto grafico che letterario. Emozionante, a volte, ho scoperto che ci hanno fatto anche un film d’animazione. Immagino possa piacere un pò a tutti, tono molto famigliare. Sulla scia di film come Away from Her (non sto parlando di Her, che non ho ancora visto), che però rispetto questo fumetto ha una potenza narrativa più incisiva. Questo se si potesse mettere a confronto un film ed un fumetto.

 


Prima pagare, poi ricordare
Filippo Scozzari


Sicuramente i più godibile dei libri letti quest’anno. Ripercorre la storia di Cannibable, del Male e Frigidaire, ma soprattutto la vita negli anni di tanti osannati e dimenticati autori del fumetto durante gli anni 70, 80, 90.  Da Tamburrini, Liberatore e ovviamente Pazienza. Tante le sentenze sparate con il fucile a canne mozze, insulti un pò per tutti, un linguaggio coinvolgente e vario. Che sia o meno condivisibile il suo parere, ad esempio su Pentothal di Pazienza che viene stroncato come poco rappresentativo o di basso valore, in ogni caso rappresenta in maniera concreta la vita di questi “geni” che rivoluzionarono per un periodo la carta stampata dell’epoca, portando il caos, la satira, la violenza e il sesso sulla prima pagina delle loro pubblicazioni. Vale la pena di comprarlo e leggerlo, rispetto ai testi sopra, una spanna sopra senza dubbio. Ma è solo prosa, non fumetti, sarà legale metterli a confronto?

Un’opinione un poco meno stupida

Dopo aver fatto il biglietto aereo ho respirato, concedendomi un attimo di lentezza, mentre si scioglieva un nodo di piacere, raggrumato, vagamente acido. Un retrogusto alle mele, mi tormenta ma è anche dolce, sul palato. Un dispositivo nervoso, un’erogazione fluida occasionale, un regalo della prima tomografia assiale computerizzata. Intanto si accavalla la brevissima estate già in arrivo, nonostante centinaia di chilometri percorsi, treni quotidiani, aerei bimensili, funerali occasionali, funerali sognati. Nella confusione dei giorni che scoppiano uno dopo l’altro riconosco nelle reazioni biologiche il significato dei momenti, una vena che pulsa, il naso che scricchiola, il battito doloroso delle ciglia, una fitta al timpano, un fischio, un rigurgito.
Intanto scorrono firme su contratti, moduli su moduli, orari, dichiarazioni, intenti, tasse. Scorrono i giorni, tra soldi che entrano ed escono inesorabilmente, ogni centesimo, ogni secondo corrispondente ad una carota, una bolletta, una bottiglia di vodka.
Esco in ciabatte, vestito come mi vesto da 15 anni, carrozze trainate da cavalli mi tagliano la strada, insieme a torrenti di turiste acchittate per lo struscio, polacche shampiste d’ultima generazione catto-confusa e compagni con il solito sguardo bovino. Sbuffando entro nel alcool shop di fronte casa, visto che con quello sotto non sono in buoni rapporti, senza sapere perché.
Una lattina di carlsberg, fredda, cartine lunghe. Non hanno più quelle con i filtri, le chiedo sempre e ho sempre la stessa risposta, pago con carta, saluto e provo a riattraversare.
Niente da fare, un’altra carrozza mi sbarra il passo, una turista con un cappello a tesa larga, bianco, ondulato, sorride abbronzata e con il suo cellulare mi riprende, come riprende tutto il marciapiede, gli altri passanti, i barboni, mentre scricchiolando poi la vetturina se la porta via.
Riesco ad arrivare al portone, lo spingo ed entro. Altra porta di ferro battuto e poi le larghe scale di legno, appoggio il piede sul primo gradino e ho già stappato la birra.
Non sono quello con qualcosa di speciale da dire.

Un pezzetto di mare

Lei mi deve credere, è stato un onore pagarle l’affitto, ogni mese, per 12 mesi.
Onorato di essere stato suo inquilino, che fortuna avere dei padroni gentili, avere a che fare con persone così per bene.
Prima pagare, ringraziare. Poi sputare.

Entro, svuoto le tasche, lancio il budge, apro la finestra, accendo una sigaretta e fuori il solito tempo, l’aria è biancolatte, sembra densa, aspetta che qualcuno l’attraversi, dal quinto piano. Il vento, sbatte il profilo degli alberi, piega le forme e le nuvole si alleggeriscono, corrono sempre più veloci. Verso est, osservo uno spicchio di cielo disponibile, vanno verso est, verso il nulla. La sete spinge, sale un sapore particolare e si deposita alla base della lingua, come in una pozza acida, irritante. Un sapore leggermente amaragnolo, sapore inquinato e malato. Da qualche parte lui sta lì che legge messaggi inconcludenti, se fosse stata veramente matta, folle, nessuno avrebbe osato mettere bocca. Ma l’inconcludenza è il peggior peccato, nel mondo degli adulti.
ll mondo degli adulti, prima ringraziare, poi sputare.

Questo sapore non mi lascia, provo a sciacquarlo con un bicchiere di vino ma nulla, persiste, persistente, sembra propagarsi sul molle tessuto orale, dalla lingua, fino al palato. Dove vuole arrivare? Naso, alle mucose, un’invasione pungente, fino a riempire le narici di esalazioni aliene.

<Ei, posso entrare?>

<Sì sì, entra pure>

<Come stai?>

<Tutto ok, tu?>

<Bene, bene, senti ma quando facciamo la spesa?>

Non lo so, non lo so proprio quando faremo la spesa. Tento di tradurre in un qualche linguaggio questo messaggio, i miei occhi sfuggono il contatto, le mani in tasca, borbotto una serie di parole che si ammassano insieme, domani, non so, piove, quando vuoi. Esitazione e mi perdo di nuovo, l’enigma irrisolto, l’enigma quotidiano, imbarazzante, svergognata.
Perché quando sei a casa, perché quando rientri, chiudi sempre dietro di te la porta d’ingresso, a doppia mandata? Perché? Quale paura, cosa proteggi, cosa nascondi, cosa nascondiamo?
Appena esce riaccendo un’altra sigaretta mentre tutto si oscura di colpo, nel paese dove il sole non splende mai, se non per i turisti. La lampada da scrivania diventa all’improvviso fondamentale, il riferimento, insufficiente, opaco, perso.
Cupe vampe, livide, al di là del cortile interno, chiudono ogni angolo di cielo, chiudono la camera, chiusa in una casa a doppia mandata.

niente più maestri

Il merlo comune, o meglio turdus merula, è una bestiolina comune in Europa. In Italia, come in Polonia, Germania, Grecia. Varia dai 20 ai 25 centimetri, i maschi sono di colore solitamente nero, becco arancione/giallo intenso, a differenza delle femmine, che come spesso capita tra i pennuti, hanno colori meno accessi (bruno scuro), come anche i piccoli. Possono vivere in coppie isolate, o possono essere più socievoli, frequentarsi in gruppi più o meno estesi. Migrano durante il freddo e ci sono paesi, come appunto l’Italia, dove si trovano bene tutto l’anno. Vivono in campagna come in città. Il loro canto mi riporta istantaneamente all’estate, come se il suono portasse con se anche il profumo del sole, del calore. Una volta erano i grilli a darmi questa sensazione, adesso i grilli mi fanno pensare alle pubblicità della mulino bianco, al fatto che a 30 e passa anni ancora non vivo in una casa tra campi di grano, non ho una macina per farmi la farina fresca, non ho 4 galline con passare la giornata (ma qualche oca, si quelle capitano) e a dirla tutta, il negozio sotto casa nemmeno vende i settembrini o i galletti. Poi dicono che il tempo non passa mai. Non è vero, è lento, ma passa e di certo le circostanze non sono mai favorevoli.

<Stol?>

<Yes, stol stol>

Mi chiedo se stiamo parlando inglese, veramente. Mi chiedo come è possibile essere arrivati a tanto, nel complesso. Come merda gira questo pianeta, questo sistema solare, questo universo. Risistemo i collegamenti della discussione e vado a senso. Dal piscio alla merda, solitamente è lineare.

<No, I guess no>

<One, usually. No problem related to that>

La guardo sbigottito, mentre sta a scrivere sul computer, chi tra i due è più confuso non lo so, ma è lei la dottoressa. Lei è la dottoressa, io il paziente e di mezzo c’è una certa difficoltà nel rapporto di fiducia, incrinato da una barriera linguistica di non poco conto. Ad esempio, anche le esclamazioni sono diverse. Non so come come riportare ortograficamente un esatto Ah, di origine slava. Non lo so fare. Ah, ah. Credo, ma potrebbe anche essere una risata. Nel frattempo, stasera, ho perso quasi 20 minuti con il pc bloccato. Volevo scrivere e mi sono ritrovato a fare la pulizia del disco, controlli antivirus, defrag eccetera. Una volta non c’era bisogno di questa manutenzione, era diverso. Era tutto diverso, una volta.

Mi faccio questa domanda, ma non cerco una risposta, è solo per darmi il tempo, mentre il fumo si dissipa leggermente.  Ho iniziato a scrivere 2 settimane fa di questo merlo (credo un mese ormai, np), ora mi sono dimenticato esattamente cosa volessi dire. Ho ripreso un discorso, di nuovo, perso. Di nuovo, merda.

Qualche notte fa ero nel letto, non ero solo, ma ho cominciato a pensare come se lo fossi stato. La differenza sta esattamente, una differenza di flusso. Chi ci sta intorno influisce sui flussi dei pensieri, delle emozioni. La realtà della solitudine è diversa, in tutto e per tutto.  In questo caso la persona non sarebbe stata comunque un problema, ma ero solo, anche se non per scelta personale. Credo per l’effetto delle sostanze stupefacenti, inalate, ingoiate, assorbite. C’è una dinamica in particolare, nella comunicazione di fatti più o meno irrilevanti, che mi stuzzica, innervosisce. L’introduzione stessi, di come siamo e vogliamo apparire, secondo paradigmi sempre più idioti, su cosa facciamo cosa viviamo cosa mangiamo. Il presentarsi, cercando di cogliere un intreccio comprensibile, un punto in comune con lper cominciare una qualunque discussione. Quante volte caghi al giorno? Ma dai, interessante. A meno che le relazioni non siano un semplice scambio di servizi, più o meno intimi. Intimi, fino a quando regge, fino a spaccarsi.

Intanto è passato esattamente un anno, continua a piovere, sembra che non si sia mai fermato questo autunno, questo inverno. Mi ritrovo a pranzare al solito posto, senza protettore gastrico. Nel mentre, aspetto la cameriera, valuto il mio peso appoggiato sulla sedia, sono più leggero o più pesante? Prurito? C’è stato un periodo in cui mi pesavo quasi tutti i giorni, non ricordo quando è stato, ma ricordo che lo facevo. Non so esattamente nemmeno il motivo, però la bilancia funzionava e dunque mi sembrava ovvio usarla, quotidianamente. Come mangiare o bere. Davanti a me un collega mangia, mentre io ho già finito, una zuppa e un panino al salmone. Non abbiamo nulla da dirci, fisso fuori la vetrata e conto a mente i secondi che passano, superati i 300 faccio una domanda a caso al collega, lui risponde, ridiamo e poi riprendo a contare. Così, per 4 volte, esattamente, il tempo di lasciargli finire il pasto (molto più ricco del mio, una specie di cotoletta ricoperta da formaggio sciolto, degli gnocchi scotti, patate bollite, zuppa, kompot). Ci alziamo, andiamo nella zona fumatori, lui fuma una sigaretta e torna in ufficio, io sto a guardare, ancora, senza nulla da dire. Tornando alla notte passato da solo in compagnia, collego i due istanti che attraversano il presente e un punto definito due settimane fa, un mese e sei mesi fa, un punto che si trascina e rimanda indietro, sempre, a qualche discorso iniziato e mai finito. Mi stupisco con sufficienza, ancora, della dura e concreta assenza, immobile pace, nel non voler e non riuscire più aggiungere nulla a tutto quello che è interrotto.

Where I’m at

Come se ogni cellula del mio corpo desiderasse esclusivamente una morbida poltrona, di quelle un pò sudice e consumate, di qualche teatro qualsiasi. Un concerto degli Eels, acustico va bene. Ma va bene anche in cuffia, isolante, sul divano di casa. Poi dormire, una settimana e svegliarmi in una giornata di sole, calda ma non troppo, ventilata ma crudele, qualche uccello e poche nuvole.
Invece mi infilerò sotto la doccia e far bollire la carne, le ossa, dopo aver sorseggiato una caraffa di caffè nero, diluito, ascoltato Where I’m at e alla fine, nonostante l’energie che cominciano a lasciarmi, nonostante tutto, va bene così.

Nie wien

Di fronte casa, dove di solito parcheggiamo la macchina, ecco scavata una fossa. Non è una casa che vale molto, alla periferia di una cittadina, alla periferia della capitale. Provincia della provincia dell’impero americano, pur sempre casa. La fossa è enorme, per quel che sono gli standard di una buca che comunemente potremmo incontrare in giro, senza motivo. Potrebbero seppellirci venti persone, abbastanza spazio per un piccolo eccidio su base etnica.
Ma non ci sono corpi stesi, bensì un asino, appeso a testa in giù, con le zampe legate a coppie, ancorata ad una filagna grezza che si flette sotto il peso dell’animale. Il suo dorso sfiora la terra e mi sembra di sentirlo ansimare, i tendini al massimo dell’estensione, la carne allungata in maniera persistente, innaturale.
Accetto il fatto, crudele, ci saranno buoni motivi, mia madre perché dovrebbe mai incaprettare una bestia solo per farla soffrire?
Nel giardino, lì intorno, la storia continua come sempre, imperterrita. Uccelli a stormi, il ciliegio in fiore, come gli altri alberi da frutta, l’erbaccia, il disordine.
Sto male, povera bestia, povero asino.
Passa un tempo imprecisato, vago in pochi metri, come sotto i fumi dell’alcool, ti siedi e fissi il vuoto. Non accade nulla, sono solo un manciata di minuti tra te il primo oggetto statico che accoglie il peso delle insoddisfazioni, degli istinti, della rassegnazione. Povero asino, crocifisso, che lascia andare gli ultimi respiri.
Poi un colpo di lingua sulla coscia ed eccolo, libero, in condizioni misere ma a gironzolare, più piccolo di quanto mi sarei aspettato.
Raccolgo della verdura intorno a me, bieta, lo sventurato mangia avidamente.