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Quantomeno

Roma

Che fosse un sogno, mi è stato chiaro dal primo istante.
Per la luce, i colori, i suoni. Tutto reale, tutto rielaborato, digerito, vomitato da un cervello pulsante, drogato, sofferente.
Eravamo in macchina, io e mia zia, lei stranamente calma e per nulla inquieta, come invece è sempre stata per anni, sconvolgendo conversazioni e riunioni di famiglia.
Non parliamo, lei guida e va sempre dritta su una strada di dimensioni mai viste. Otto, dieci, dodici corsie per senso di marcia, una gigantesca lingua di asfalto che taglia una campagna estiva di cui sento l’odore, i suoni, il canto dei grilli.
La mia camera di decompressione.
<Attenta, è rosso>
Non sono spaventato, ripeto al frase due o tre volte, meccanicamente. Mia zia tira dritto e attraversa la strada, ci sono altre macchina che fanno lo stesso, le carreggiate sono così grandi, l’incrocio sembra un lago d’asfalto, noi puntiamo al centro e poi proseguiamo, nessuno ci ferma o suona.
Attraversiamo un acquedotto romano, di proporzioni mai viste, proporzionali alle autostrade che tagliano sotto gli archi. Passata la volte, con un’ombra che si allunga pacifica e impressionante, alzo lo sguardo e vedo una città con edifici di dimensioni spaventose. All’inizio le sagome sono confuse, poi si delineano con chiarezza gli spigoli, le altezze, le forme inquietanti. Non sono forme aliene, ma conosciute, grattacieli di granito color sabbia, emana un calore travolgente, profondo.
<Non è possibile, non esiste. Lo sapevo fin dall’inizio, è solo un sogno>
Ancora una volta mia zia non risponde, è sorridente, rilassata, come se portasse il cane al mare.

Valutato

​Valutato un fatto, se c’è un rischio minimo che qualcosa vada storto, andrà storto.

Dunque beata l’ignoranza è un corollario della legge di Murphy, oppure il contrario?

Wild Nights

<Buonasera>

<Buonasera>

<Posso invitarla nel nostro strip club?>

C’è ancora luce, siamo all’imbrunire, porto il passamontagna e una busta di plastica minuscola, di quelle impossibili da riutilizzare, una bustina della farmacia. Lei non ha nemmeno notato il mio volto, emaciato, la barba troppo folta, o forse sì ma che importa?
E io, preso in flagrante, impreparato, mi scuso.

<Mi spiace, ma sono malato>

Le mostro il sacchetto da cui fanno capolino una dozzina di scatolette di carta plastificata, con nomi appariscenti, alcuni ridondanti, come l’apap. Apap, che poi sarebbe la tachipirina.
Lei rimane per un millesimo di secondo esterrefatta, o almeno è quello che mi immagino, mi illudo. Meccanicamente muove le labbra, la lingua, emette suoni automatici.

<Entrata gratuita! Beva con noi una birra, ci sono un sacco di belle ragazze>

<Ma io non mi sento mica bene>

<Entra dai! Solo un giro!>

Non so più cosa dire, forse proprio perché è il classico caso in cui non c’è proprio nulla da aggiungere. Limpido, dovrei tirar dritto, andar via, tagliare il monologo, la connessione. Strano che invece non aggiungo altra demenza senile al colloquio, semplicemente mi assopisco in uno stato confusionale, sono all’angolo.
Mi vedo al bancone, con una Lech free, circondato da foglietti con le istruzioni, tra un integratore di vitamina D3, un antibiotico a gocce per l’otite cronica, la propoli, vitamina C, vix in polvere, uno sciroppo lenitivo per la gola che sa di uva, tremendo. Non ci sono i fermenti lattici vivi, me li sono dimenticati.
Raccolgo ricette, consigli, insinuazioni, prendo tutto.
La morte è bene, lo dice anche il Talmud, però sempre domani. Io, il bancone, il barista che è un armadio con due braccia che potrebbero spezzarmi la schiena in pochi secondi. Tra me e lui, soltanto dolori muscolari cronici.
Intanto gambe che svolazzano, reggicalze, reggiseni, mutandine, io con un torcicollo diabolico che provo a decifrare le controindicazioni.

La ragazza cambia obiettivo, un gruppo di ragazzi rasati, palestrati, rigorosamente in bomberino.
Se ne va e io rimango con il mio sacchetto.

Immagine

Corporation’s life

Bob

Un uomo corre verso il tram, tutto fresco e luccicante, che aspetta i 4 sfigati del momento.
È uguale a Bob Polsen, non solo ciccione, ma con le tette da donna grassa e flaccida. Riesce ad arrivare in tempo, ad anticiparlo una 60enne dal passetto corto e veloce che gli tiene aperta la porta.

Il tram riparte e si aggiunge all’ultimo un barbone, anche lui panzone, con una barba (ma dai) bianca, foltissima, lunga, biblica. Ma la porta è già bloccata, non si apre, lui appena se ne accorge alza un braccio e inveisce, ma piano piano, apre la bocca ma è muto. È a rallentatore, vedo la mano scendere e risalire, ogni movimento prende almeno 2/3 secondi. Chissà come è vivere ad un ritmo del genere. Chissà come è scopare così.

Io intanto mando un selfie a mio padre, l’unico come me sveglio alle 4.30 e mi risponde che non gli sembro esattamente in forma.
Salgo sul bus e per due fermate di fila mi sbattono in faccia la pubblicità di Bridget Jones 3. Una quarantenne repressa che nessuno le ha detto che i due tipi se li può anche fare contemporaneamente, senza moine e senza nemmeno raccontarcelo al cinema.
Siamo nel 2016, quante storie.

Tram, la necessità di scriverlo

Sono in tram, da 10 minuti. Poco fa è entrato il barbone più puzzolente che abbia mai sentito in vita mia.
Cina, India, Stati Uniti, Roma di notte…mai sentita una cosa simile.
Sono a 2 metri, tutti scappano, io aspetto le ultime due fermate, senza parole, basito.

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Oggi

Mi sono svegliato alle 6.40, suoneria del cellulare Sea Breeze, la percepisco al primo vibrare, come se fossi sull’allerta da quando chiudo gli occhi, all’una di notte, alle undici, alle tre. Passo dieci minuti a respirare lentamente, sotto il lenzuolo colorato, un reperto ormai storico della lavanderia di casa, un reperto donato da mia madre, anzi in prestito. Avrà una decina di anni almeno, questo lenzuolo.
Ho ricompattato il mio corpo, esploso sul materasso, sparpagliato, dissanguato, solo. Un ordinario oggi qualsiasi sul pianeta terra, per i fortunati dominatori occidentali.
Alle 6.50 scendo le scale del soppalco, pericolosamente scricchiolante, per arrivare sul divano. Vivo in una stanza con soppalco, come uno studente in modalità lussuosa. Ho un soppalco bellissimo, che viene battuto solo da quello che ho a Cosenza, a quasi 3000 km di distanza.
Devo lavorare, è un imperativo categorico, una grande multinazionale mi ha concesso grandi responsabilità, grandi libertà e lo stipendio di uno sfigato, quello sufficiente ad aprirsi un mutuo trentennale.

Accendo il computer, osservo le mie mani, ancora sfilettate, come fossero tocchi di aringhe bianche. Qui il sole è un assente cronico, giustificato, sono pallido, con grande stizza dello stile carneo degli italioti.
Nonostante lo stato malconcio, la carne fresca aperta, raggiungo la tensione massima, ogni mio muscolo sotto controllo per l’obiettivo finale: accendo il computer, la procedura, la vpn, le password, il software di controllo, il software per aggirare il controllo, il login.
Clicco qua e là, in automatico, sono in perfetto orario, con 3 minuti di anticipo mi trovo connesso al network di una delle più grandi fornitori di servizi nel campi del turismo di tutto il pianeta terra, per clienti umanoidi.

Alzo il volume al massimo, le notifiche per ogni stronzata possibile che possa accadere sul personal computer aziendale e mi stendo sul divano, sistemo il cuscino e tiro su la coperta, già pronta, vicino al bracciolo.

Mi addormento.

 

Spero

Spero di trovare qualche pezzo
Elettrico
Che mi serve
Con Germano